бесплатные игровые автоматы онлайн
Sei qui: Home la Rivolta antiunitaria

La rivolta antiunitaria di Campora nel Cilento

PDF  Stampa  E-mail  Scritto da Administrator    Mercoledì 05 Ottobre 2011 11:03

Un episodio del "grande brigantaggio" meridionale.

Nel 1863, la popolazione di Campora, un paese del Cilento definito dal procuratore generale del re presso la Corte di Appello di Napoli "covo di bruti piú chè uomini", fu protagonista di una rivolta antiunitaria. 
La notte di Campora vide protagonisti da una parte i cittadini e dall’altra i cosiddetti "briganti", uomini che avevano creduto e lottato per un´Italia migliore che la monarchia sabauda non seppe dare.

Con l´unitá d´Italia ci furono tasse fino ad allora sconosciute ed il servizio militare obbligatorio. In questo clima, nacque una reazione, una resistenza contadina all´unitá italiana, che sfoció in quel movimento di protesta sociale definito "brigantaggio". I piemontesi, che non conoscevano affatto l´Italia inferiore si aspettavano di essere accolti con tarallucci, tarantelle, fiori e fanfare; furono invece accolti da fucilate che forse nessuno aveva loro preannunciato. Per farsi rispettare ricorsero a quella che Salvatore Scarpino chiama la "pedagogia del plotone d´esecuzione". "Briganti - gridava ancora De Sivio - noi combattenti in casa nostra, difendendo i tetti paterni, e galantuomini voi venuti qui a depredar l´altrui? Il padrone di casa é brigante e non voi piuttosto venuti a saccheggiare la casa?

Furono molte le bande di rivoltosi antiunitari che agirono nel Sud, alcune col chiaro obiettivo di riportare Francesco II sul trono di Napoli.
Anche nel Cilento ci furono diverse bande, ma la più importante — oggetto finanche di una interrogazione parlamentare — fu quella di Giuseppe Tardio, originario di Piaggine, un paese del Cilento interno. 
Giuseppe Tardio, "intelligente ed inafferrabile condottiero dei contadini - briganti", come scrive Antonio Caiazza nella prima biografia su Tardio, era nato a Piaggine nel 1834, primo di quattro fratelli ed aveva studiato con sacrifici presso il Reale Liceo di Salerno, laureandosi nel 1858 — a 24 anni — in Legge con il massimo dei voti. Di sentimenti liberali, nel giugno del 1859, partecipó ad una manifestazione a Salerno a favore di Vittorio Emanuele II; fu arrestato e trascorse un anno in carcere. Nell´agosto del 1860 avanzó domanda al Ministero della Polizia Generale per essere nominato ispettore di polizia e le informazioni sul suo conto furono positive per le persecuzione subite sotto i borboni; la ripresentó nel successivo mese di ottobre scrivendo d´aver sofferto "prigione e vessazioni" sotto il cessato dispotismo, e la Prefettura di Napoli espresse parere favorevole e ancora nel 1862, mentre Tardio aveva fatto le sue scelte e si batteva nei monti del Cilento contro l'Unitá d'Italia, il prefetto di Salerno trasmetteva al ministero dell'Interno un elenco di aspiranti nel quale figurava anche il nome del Tardio.

Intanto nel suo paese natale alcune exborbonici, che si erano affrettati a cambiar casacca lo accusarono di essere stato un rivoluzionario e venne cosí ingiustamente arrestato e rinchiuso nel carcere di Laurino, dal quale dopo 15 giorni riuscí a fuggire il giorno di Natale del 1860. Tardio aveva visto il gattopardismo e gli antichi padroni che mutato regime politico, erano rimasti a galla per continuare a spadroneggiare. Forse per questo il giovane legale di origine contadina, passó dall´altra parte della barricata. Dopo   la fuga dal carcere di Laurino si rifugió a Napoli dove prese contatti con il comitato clandestiono napoletano che lottava per il ritorno del re, e per sfuggire all´arresto raggiunse Roma il 9 gennaio 1861. Ottenne un lavoro e la benevolenza di molti fuoriusciti napoletani. Nelle sue lettere dice di trovarsi bene e che a Roma potrebbe anche far carriera, ma sente la nostalgia della famiglia e del paese e si augura di poter rientrare a Piaggine entro la fine dell´anno. Intanto gli giunse la notizia dell´arresto del fratello Felice per non aver voluto proseguire il servizio di leva nell´esercito sabaudo, questa notizia fa precipitare gli eventi. Tardio organizza allora una spedizione nei suoi paesi per liberare il sud dal dispotismo del "subalpino regime". 
Il 18 settembre del 1861, con 32 uomini, partì dal porto di Civitavecchia e nella notte tra il 21 e il 22 settembre sbarcò ad Agropoli, dove compì numerose azioni di rivolta antiunitaria in numerosi paesi del Cilento: Centola, Foria, Camerota, Futani, Celle Bulgheria, Novi Velia, Vallo della Lucania, spesso accolto con simpatia da parte della popolazione, mentre la sua banda andava sempre più ingrossandosi.

Al comune di Camerota ad esempio, nel luglio del 1862, la banda abbatté gli stemmi reali, frantumó il busto di Vittorio Emanuele II, laceró una litografia di Garibaldi e strappó tutte le carte affisse ai muri. Mentre due giovani sorelle Anna Teresa e Filomena Castelluccio, rispettivamente di 22 e 24 anni, calpestavano i resti del busto sovrano gridando con rabbia: "Ancora esisti" eppoi andarono incontro ai pochi liberali del paese gridando: "Avete finito di fottere":
Nel suo primo "Proclama ai popoli delle due Sicilie" pubblicato a Futani il 3 luglio 1862, a cui seguì più tardi il proclama di Campora, Giuseppe Tardio — che si qualificò come "Il Capitano Comandante l’armi Borboniche" — scriveva: "Cittadini, il fazioso dispotismo del subalpino regime nel conquistare il Regno vi sedusse con proclami fallaci. Amari frutti ne avete raccolti. Riducendo queste belle contrade a provincia, angariandovi di tributi, apportandovi miseria e desolazione. Inaugurando il diritto alla fucilazione a ragione di Stato (del re Galantuomo!). I più arditi, è ormai un anno da che brandirono le armi. E l’ora di fare l’ultimo sforzo è suonata. Non tardate punto ad armarvi, e schieratevi sotto il vessillo del legittimo Sovrano Francesco II, unico simbolo e baluardo dei diritti dell’uomo e del cittadino; nonché della prosperità commerciale e ricchezze dei popoli. Esiterete voi ad affrontare impavidi gli armati Piemontesi, onde costringerli a valicare il Liri? ".
Molti furono i camporesi con i quali - come risulta nel volume n° 99 conservato presso l'Archivio di Stato di Salerno e contenente l’istruttoria fatta per i fatti di Campora dal giudice Guerriero Filippo a Gioi il 30 settembre 1863 — il combattivo avvocato cilentano aveva preso contatti con molti camporesi, tra i quali: Carlo Veltri, Andrea Perriello, Vincenzo De Nardo, Antonio Perriello e spesso si recava a mangiare con i suoi uomini a casa di Giuseppe Galzerano (fu Aniello), di Francesco e Angelo Ciardo, quest’ultimo ufficiale della Guardia Nazionale. Qualcuno - denuncia l'esattore Pietro Feola nell'interrogatorio subito dal giudice istruttore del tribunale di Vallo della Lucania, Michele Fabiani, che si precipitó a Campora il giorno successivo ai fatti - come il cantiniere Giocchino Tomeo aveva conservato un piretto di vino, che gli era stato pagato e che doveva inviare a persone sospette, nascoste nei boschi di Campora.

La sera di mercoledí 3 giugno 1863 - scrive giudice regio Filippo Guerrero - la banda di Tardio invadeva il comune di Campora con lo scopo criminoso di consumarvi atti di vandalismo, metterlo a soqquadro, cangiare la forma dell´attuale governo, eccitare i sudditi ad armarsi contro i poteri dello Stato e far massacro dei liberali e pacifici cittadini.

I briganti avevano fasce rosse ai cappelli e molti cittadini erano andati loro incontro, il ché fa pensare che non si trattó di una vera e propria invasione, ma di una richiesta di intervento avanzata dagli stessi cittadini. La sera dell´invasione, accusava il giudice Guerriero, Carlo Veltri e Andrea Perriello andarono incontro alla banda per la strada di Santa Maria e si abbracciarono e si baciarono "in segno di antica amnistia e di vecchia conoscenza". La banda di Tardio era composta da 33 persona e fu accolta trionfalmente e l´indomani mattina, conquistati dal fascino brigantesco e antiunitario, circa quaranta cittadini la seguirono. La banda, che gridava "Viva Francesco II", disarmó la Guardia Nazionale ed obbligó il servente del Municipio Paolo Perriello a gridare il bando che tutti dovevano uscire in piazza e che dovevano essere esposti i lumi alle finestre in segno di festa, ma anche per illuminare il paese. Furono poi abbattuti gli stemmi reali, la statua del re Vittorio Emanuele II e pare anche una statua di Garibaldi, ma il fatto venne riferito da un solo interrogato, il capitano Torrusio, che era fuggito e che rientró, per essere sentito dal giudice Fabbiano, solo dopo piú di dieci giorni dai fatti. Quella notte venne ucciso un prete, vennero compiute anche altre azioni di saccheggio e la borghesia di Campora fu terrorizzata. Un altro drappello della feroce orda si introdusse con la guida dei paesani nella casa del Dotto liberale cappuccino Padre Giuseppe Feola, che aveva assunto il nome di Vito Antonio e che fu sequestrato insieme al fratello Turibbio, dopo avergli messo "a sacco e ruba la casa". Il prete doveva essere odiato da molto, anche se il sostituto procuratore del re, Paolo Magaldi del tribunale di Napoli in una sua requisitoria a stampa, dopo aver definito Campora "covo di bruti piúcché di uomini" fa un elogio del religioso....

E proprio a Campora, come dicevamo, egli preparò nella notte tra il 3 e 4 giugno 1863, un altro "Proclama ai popoli delle due Sicilie: " Cittadini, Voi che destinati foste dalla Provvidenza, a godere le delizie, che la natura, le scienze e le arti hanno profuso a dovizia in questa parte Meridionale d’Italia, seconda valle dell’Eden. Ma da quasi un triennio di duro, tirannico e fazioso dispotico regime subalpino, vi ha ridotto alla triste condizione dei barbari del settentrione del Medio evo, riducendo queste contrade alla triste condizione di Provincia, disprezzando i vostri sinceri e pietosi atti di religione, angariandovi di tributi …Insorgete a un grido e accorrete a schierarvi sotto il vessillo del vostro Augusto e Legittimo Sovrano Francesco II, quale unico simbolo e baluardo pel rispetto della Religione, della sicurezza personale, dell'inviolabilità della libertà, della proprietà, del domicilio e della pace e dell’onore delle famiglie, nonché della proprietà commerciale e ricchezze dei popoli … Unico sia il vostro grido: viva Francesco II, l’indipendenza e autonomia delle Due Sicilie!".
Con la presa di Roma del 20 settembre 1870, la libertà di Tardio e di altri rifugiati politici, cominciò a correre seri pericoli. E fu infatti, proprio un suo paesano — Nicola Mazzei (che faceva il bersagliere a Roma) a denunziarlo e a farlo arrestare per ben due volte, dopo che lo stesso Tardio era sfuggito la prima volta con uno stratagemma.
Egli fu arrestato insieme a Pietro Rubano, anch’egli di Piaggine, unitosi a lui nel dicembre del 1861, dopo aver fatto parte della banda di Carmine Crocco Donatelli.
Tardio e Rubano furono tradotti nel carcere di Roma, messi a disposizione del Tribunale di Vallo della Lucania e successivamente trasferiti nel Carcere di Salerno.
Fu istituito il processo e Tardio nominò suo difensore l'avvocato Carmine Zottoli, del foro di Salerno e famoso difensore di "briganti". Il 24 maggio 1871 egli produsse una sua memoria difensiva, nella quale rispondeva per iscritto sui capi d’accusa: " Io non sono colpevole di reati comuni poiché il mio stato, il mio carattere e la mia educazione non potevano mai fare di me un volgare malfattore; io non mi mossi e non e non agii che con intendimenti e scopi meramente politici; talché non si potrebbe chiamarmi responsabile di qualsivoglia reato comune che altri avesse per avventura perpetrato a mia insaputa contro la espressiva mia volontà e contro il chiarissimo ed unico scopo per cui la banda era stata da me radunata".
Il 23 giugno 1892, dopo una serie di ricorsi e dopo essere stato trasferito a scontare la sua pena (prima la condanna a morte, poi trasformata in lavori forzati a vita) nel terribile carcere dell'isola di Favignana (TP) - dove i Borboni avevano rinchiuso i loro avversari liberali e dove rimase segregato per 22 anni — Giuseppe Tardio, l'avvocato - brigante, si spense all’età di 58 anni, avvelenato da una donna per paura, pare, che facesse delle rivelazioni.

Testo tratto dall'articolo di Giuseppe Galzerano dal libro "I luoghi e la storia".