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Antica veduta di quella che é oggi la piazza principale"Vigna re corte"

Prima di passare alle memorie dei nonnni ed alle loro usanze, é bene dare un cenno storico a quella che era la realtá in cui vivevano.
Campora, come d´altronde gli altri Paesi del Cilento, é stato per secoli un centro isolato, con poche vie di comunicazione trasandate. Causa di questa situazione furono durante il Regno di Napoli le incursioni turche, che si protrassero per secoli, ed indussero i governanti a considerare le strade un pericolo, ossia una facilitazione da non offrire all´avanzata nemica, che avrebbe minacciato anche il resto dell´Italia, per cui la mancanza di vie di comunicazione faceva parte di un strategia militare. In etá moderna fu invece la crisi del mezzogiorno a posticiparne la costruzione.

Cosicché fino agli inizi degli anni ´50 esitsteva una sola via malmessa che comunicava Campora con Vallo della Lucania; il ponte sopra le rupi, fu costruito sul versante opposto, cioè verso nord ovest, solamente intorno al 1951, rendendo cosí accessibili i paesi Piaggíne e Stio.

Per raggiungere Vallo della Lucania, situato a 18 Km. di distanza, il contadino si alzava all´alba, preparava il suo asino caricandolo di prodotti caserecci, come formaggio, uova, frutta, legumi, ecc. per andare a venderli al mercato o alla fiera della domenica. Il cammino era di due ore e mezza, ma soprattutto i bambini erano contenti di quel diversivo: se il mercato andava bene ci scappava sempre qualche soldo o qualche leccornia anche per loro. Si rientrava prima del tramonto.

Alla fine del XIX secolo si costruí nell´unica piazza del paese "vigna re corte" una fontana, ove i camporesi andavano ogni giorno ad attingere l´acqua per le loro case e ad abbeverare gli animali, solamente dopo il 1960 poterono avere l´acqua a domicilio.

I panni, se erano pochi, venivano lavati nel lavatoio pubblico, situato anticamente vicino alla fontana di fronte all´antica scuola, ora non piú esistente. Le case erano dotate di barili “varliri”con rubinetti, collocati in apposite nicchie nei muri, che contenevano l´acqua presa alla fontana. Oltre al barile l´acqua veniva anche tenuta in apposite brocche in terracotta a due manici, “mommole”, che oltre ad essere a portata di mano mantenevano l´acqua fresca.

Al fiume Trenico, che scorreva ai piedi delle rupi, si andava a lavare periodicamente la biancheria di casa, cosa che richiedeva l´intera giornata. Mentre si lavavano manualmente i panni si preparava la lisciva in un grande paiolo pieno d´acqua e cenere, dove poi venivano immersi i panni al fine di candeggiarli e smacchiarli. Si risciacquavano al fiume e si stendevano ad asciugare sui cespugli e sui rami degli alberi. La giornata scorreva gradevolmente in quanto l´occasione era momento di incontro con le altre donne ed i bambini. L´acqua del fiume era potabile, ma era raccomandabile andare a berla nella parte alta. Al fiume si ci lavava al rientro dal lavoro dei campi. Verso gli anni 60 i giovani iniziarono anche a farcisi il bagno.

Insieme ai Camporesi convivevano nel paese anche asini, maiali, galline, conigli. Nel 1950 si contavano dentro e fuori il centro abitato circa 10.000 capi di bestiame. Un centinaio d´asini rincasavano la sera dalle campagne con i loro padroni. Gli ultimi abitanti a quattro zampe che vivevano ancora in Paese nel 1976 furono i conigli. Nel 1980 fu emessa un´ordinanza che proibí il mantenimento di animali domestici nelle case. L´ovvia ragione fu quella dell´igiene dato che in questi animali si annidavano pulci, pidocchi e tutta una serie di altri parassiti che agevolavano la diffusione di varie malattie.

La principale attivitá del camporese era o meglio è ancora oggi l´agricoltura: si alzava all´alba per andare a zappare i campi con le forza delle proprie braccia e rientrava al tramonto. Era un´economia di sussistenza, ogni famiglia bastava a se stessa in quanto produceva nel suo podere ció che gli serviva per vivere nella sua vita quotidiana.

La donna non era esente dai lavori del campo ed in piú camminava con degli sproporzionati pesi sulla testa. Nella maggior parte dei casi si trattava del “la vocola” una culla di legno contenente il bambino ed altre cose, pesava 20 kg. e piú, se la disponeva sulla testa protetta dalla “spara ”, un panno arrotolato per meglio ammortizzare e bilanciare il peso. Alcune dovevano camminare per ore per raggiungere i loro poderi, dove le aspettava una dura giornata di lavoro.

I bambini seguivano i genitori nelle loro varie attivitá ed a cinque o sei anni andavano giá da soli nei campi a pascolare capre, pecore o si occupavano dei maiali. Lo spazio per il gioco se lo ritagliavano tra un lavoro e l´altro. Il bambino non era come oggi al centro dell´attenzione familiare bensí viveva ai margini e non era mai coinvolto nelle decisioni familiari, neanche quando lo riguardavano direttamente. Nell´educazione dei figli si seguivano delle regole molto rigide atte a prepararli alla vita dura che li aspettava, quindi il suo compito era solo quello di ubbidire ai suoi familiari e rispettarli incondizionatamente. In caso contrario erano botte.

La chiesa di San Nicola, situata al centro del paese, era l´anima dei suoi abitanti, vi si recavano a messa la domenica ed era un punto d´incontro, soprattutto per i giovani che, non avendo altre opportunitá, cercavano di rubare in quel luogo sacro uno sguardo alle loro amate, che li faceva sognare per il resto della settimana. In chiesa ci si andava anche nei giorni feriali per fare i voti  e chiedere la grazia a San Nicola per qualche parente ammalato o qualche altra disgrazia familiare.

Oltre ai contadini, il paese contava con un maestro “Don Nicola Ciardo”, tre calzolai, un fabbro “Mastr´Antonio”, alcuni muratori, scalpellini, un medico “Don Giosue´ Feola”, (padre del famoso cardiologo “Dr. Mario Feola”, che oggi vive negli Stati Uniti), un commerciante Giuseppe Veltri, conosciuto come “Zi Peppo re lo Pelato”,  un sacerdote “Don Michele” che successe a “Don Francesco Feola”, un notaio  “Turribio Feola”, le tessitrici di lino, che tessevano il lino locale, ma il loro lavoro non ebbe lunga vita.

Il primo negozio aperto in paese fu il tabacchino, tenuto dalla “salèra”, cosí chiamata perché vendeva il sale, che allora si vendeva solo nei tabacchini. Un personaggio interessante era “Nicola re Iesci”: faceva un po´ tutti i mestieri, tra i quali il sacrestano, e le sere, soprattutto in inverno, passava per le case a raccontare storie fantastiche. Di questi ed altri personaggi, come anche del linguaggio che loro usavano, parleremo nelle memorie dei nonni.