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Racconti

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I nonni raccontano

Ortensio

Ai primi dell'Ottocento visse a Campora un uomo conosciuto soltanto come Ortensio. Secondo la memoria popolare, era una specie di mago, indovino, possedeva il portentoso dono di prevedere il futuro. Molte delle sue previsioni si avverarono. I vecchi del paese ricordano infatti che diceva: "addà venì nu iuorno chi le carrozze camineranno senza cavaddi" (verrà il giorno in cui le carrozze cammineranno senza cavalli)" La gente, a quei tempi, non poteva crederci e lui continuava a raccontare agli increduli: "e chestè niendi, addà venì no iuorno chi l' uommini anna ì com'aocieddi pe l'ario (e questo è niente, verrà il giorno in cui gli uomini voleranno come uccelli nell'aria). Infatti pochi decenni dopo arrivarono le automibili e più tardi gli aerei. L'unica profezia che non si è ancora avverata è l'uscita dei tre soli.

Prof. Gimino Veltri

Vito Parola

Vito Parola nacque e visse a Campora intorno alla metà dell'Ottocento. La sua vita eremitica sui bastioni del Postiglione, gli permise di avere un intuito premonitore superiore a tutti  i suoi contemporanei. Oltre a confermare le teorie del suo predecessore, raccontava alle donne sfortunate in amore che un giorno, non troppo lontano, le sorti si sarebbero capovolte e sarebbero state loro le protagoniste dell'amore. Al suo funerale assistirono solo tre persone, ma la sua vita diventò leggenda perpentuandosi nelle memorie dei camporesi.

Prof. Gimino Veltri

Nicola Casuccio, detto Lepre

Anche lui nacque a Campora il 30 maggio 1872. Era un uomo che le sparava grosse ma riusciva sempre ad accattivare l'attenzione di coloro che gli stavano intorno. Raccontava fatti irreali, ma in una maniera tale da farli sembrare veri e vissuti in prima persona. Ribadiva, ad esempio, di aver visto cento lupi da una distanza di cento metri. Tutti maschi! Lo diceva cosí: "Veriétti a ciento metri ra me, ciendo lupi tutti mascoli!" In un´altra occasione raccontó di aver lanciato un sasso da sopra il Postiglione ad una capra che stava al Perato e non solo l´aveva colpita ma le aveva persino fratturato una gamba! In dialetto: "Na vóta menai na pretata a na crapa ra lo Posteglione a lo Pérato e re spezzai na amma!" Il Postiglione é il punto piú alto del paese mentre Il Perato é una localitá che si trova dall´altra parte del paese e delle rupi a piú di un km. di distanza in linea d'aria. Un terzo evento riguardava un aeroplano che, cadendo si era imprigionato tra i rami di una quercia e lí rumoreggiava senza potersi districare: "Na vota sendía vron vron, me votai e bberiétti n´aotoprano che s´avia ngaraceddáto inda le rrami re na cerza e no nzenne potía scaraceddá!"

Prof. Gimino Veltri

Nicola Nardo

Meglio conosciuto come Nicola "Re Iesci" nacque a Campora verso la fine dell´Ottocento. Anche lui fu un personaggio capace di intrattenere e far ridere la gente. Nato in un´epoca in cui gli unici mezzi di comunicazione erano i giornali, che saltuariamente arrivavano al paese, e qualche radio nelle case dei pochi borghesi esistenti, gli era facile essere l´intrattenitore popolare. Raccontava nella stessa maniera esagerata, tra il serio e l'arrabbiato, come il suo contemporaneo Casuccio. Tanto che una volta gli disse: " Uè Nicò nui no nge potimo sta nziemi" (Ehi Nicola, noi non possiamo stare insieme), volendo intendere o l'uno o l'altro. Un aneddoto simpatico fu quando si costruì il ponte nei pressi della fontana di Nisio. Il falegname, un suo cugino, voleva smontare l' impalcatura in legno sotto il ponte troppo presto ed alcuni suoi muratori glielo scongliarono poichè pericoloso. Mastro Nicola, invece, disse loro: "Uagliù, sacchè si no la vòle capisce, lassatelo fottè ca cossì nge resta sotta e ne lo levamo ra nanti". (Giovani, se non la vuole capire, lasciatelo perdere, che così ci resta sotto e ce lo leviamo di torno). Il secondo aneddoto fu quando cadde da un ciliegio, lui stesso lo raccontò così: "E cca foie io e sapiètti carè, dda se nge carìa n'ato, nge lassava lo pieddo". ( E che fui io che seppi cadere, perchè se lì ci fosse caduto un altro, ci avrebbe lasciato la pelle)  Infatti sotto l'albero c'era un pozzo da una parte ed un mucchio di pietre dall' altra e lui ebbe l'abilità di girarsi nell'aria mentre cadeva per andare a cadere su un terreno soffice da un altro lato. Lo raccontava in una maniera così sofferente e veritiera che chi lo ascoltava si sganasciava dalle risate.

Pasquale Feola

Pasquale Feola nacque a Campora il 13 aprile 1911. Si guadagnó il nomignolo di "Pastasciutta" poiché riusciva ad ingurgitare quantitá incredibili di pasta, piú di mezzo chilo alla volta. Faceva il venditore ambulante porta a porta ed era molto dinamico, non mancava mai una fiera o un mercato. Girava sempre con la sua giacca sopra una spalla, sotto la quale aveva la mercanzia da vendere o da barattare con altre cose. A quei tempi era d´uso che se non si avevano soldi per l'acquisto si poteva pagare con altre merci, di solito prodotti agricoli. Una volta lo sentii gridare: "trentasei matrappélle na lira!" (trentasei madreperle una lira). Per non perdere tempo mangiava in piedi a casa. In un´altra occasione lo incontrai alla fiera di Stio mentre comprava qualche grappolo d´uva per fare colazione e lo sentii dire alla venditrice: "Mettengénne n´ato creddo, zó, facca te pisi lo naso, addá cambá pu Pascale!" (Mettine ancora un pó ragazzo/a, sembra che ti pesi il naso, deve campare pure Pasquale). Un anno alla vigilia delle elezioni politiche, per portare molta gente al comizio di Fanfani a Napoli, il partito mise a disposizione un pullman gratis in tutti i paesi. Fu invitato anche Pastasciutta, ma a lui i comizi non interessavano. Per convincerlo ad andarci, gli assicurarono che all´una circa il partito offriva a tutti una spaghettata. Vi andó. Fanfani parlava...parlava...parlava. Il nostro Pastasciutta lo ascoltó pazientemente fino all´una  e mezza, poi non ne poté piú e gridó: "Fanfani, cche ffame!" Detto questo si avvicinó ad una bettola e cercó d´ingannar l´appetito con un panino imbottito di salame. Fanfani prometteva pane e lavoro, ma i napoletani risposero: "Non vogliamo tanto. Ci basta il pane!" L´anno prima della sua morte era stato molto male, vide che guardavo verso di lui e mi disse: "So cca ´ngora!" Ma l´anno dopo quando tornai in vacanza non ce lo trovai piú. Fu un personaggio che rimase vivo nella memoria dei compaesani. Con il suo mestiere svolse anche un ruolo sociale molto importante, poiché riusciva a soddisfare il fabbisogno popolare.

Zì Peppo re lo Pelato

Zi´ Peppo re lo Pelato é stato il primo commerciante a Campora ad aprire un negozio di generi alimentari. A quei tempi non esistevano veri orari d´apertura, quando qualcuno aveva bisogno di comprar qualcosa andava da zi´ Peppo. Cosa che succedeva spesso durante il riposo pomeridiano o anche di sera tardi. Lo chiamavano a viva voce giú dal vicolo e zi´ Peppo paziente scendeva ancora sonnolento giú in negozio ad attendere i clienti. Gli acquirenti erano quasi tutti contadini e quindi andavano a procurarsi ció che gli serviva quando rientravano stanchi dalle campagne. Si dipendeva un pò l'uno dalle esigenze dell'altro.

 

PINA RACCONTA:

Ogni anno d´estate passavo le vacanze nel mio paese natio a casa di nonno Giuseppe, il padre di mio padre. I miei ricordi si concentrano in alcuni anni, in particolare, quelli compresi tra i dieci ed i quattordici anni della mia vita.
Ripensare a quel periodo provoca in me un flusso di emozioni cosí intense, acute, palpabili da farmi quasi soffrire per ció che non é piú e per lo sforzo di rivivere idealmente la vita trascorsa.
Diverse fotografie sintetizzano quel periodo cosí importante per me, ma una in particolare mi é molto cara: rappresenta una casa in pietra, apparentemente fredda, ma trasudante umanitá da gradini consunti, dalle piccole finestre, quasi occhi sui vicoli animati da bambini schiamazzanti e polli razzolanti, dalle tegole ricoperte di muschio, dal ballatoio quasi attaccato alle case vicine.
Al centro della foto il nonno, imponente, non  per la statura, ma per le dimensioni assunte dal suo corpo nell´apertura delle braccia tese ad accogliere quattro dei suoi innumerevoli nipoti: Cecilia, Pina, Rita e Nicolino.
Una forte tenerezza mi pervade, sicuramente la stessa che sentiva il nonno per noi nipoti e ció mi assicura, mi dá gioia, mi inorgoglisce.
Sento di far parte di una famiglia, di una comunitá che é sempre viva in me con i suoi valori, i suoi affetti, le sue ricche esperienze, la sua intelligenza, ma anche con i suoi limiti non disgiunti dallo sforzo continuo di migliorarsi, di migliorare.

La punizione di nonno Giuseppe.

Nel ´45 Cecilia aveva appena tre anni, una bimba dai capelli ricci e gli occhietti vispi. Il suo mondo delle meraviglie era il negozio di generi alimentari di nonno Giuseppe. Lí c´erano sempre tante cose interessanti da scoprire. La scoperta piú attraente era stata il cassetto contenente lo zucchero. A quei tempi i generi alimentari si vendevano tutti sfusi ed il cassetto in questione era sempre aperto il tanto che bastava per infilarci la manina e ritirarla poi fuori piena di zucchero.
Nonno Giuseppe accorgendosi della monelleria invece di rimproverarla, chiuse un po´ di piú il cassetto. Quando Cecilia ritentó il furto dello zucchero, ebbe una sorpresa. Infiló come sempre la manina nel cassetto, ma non riuscí piú a tirarla fuori con il pugnetto pieno di zucchero. Che paura di rimanere incastrata e che delusione...!

EPISODI PARTICOLARI

L'uomo e l'asino

Un uomo molto forte aveva raggiunto un incredibile intesa con il proprio asino (ciuccio) che a quei tempi costituiva l'unico mezzo di locomozione e di trasporto, per cui il paese ne era pieno come oggi pullula di auto. Lo guardava in faccia e gli parlava e gli sembrava di leggere in quegl'occhioni una comprensione perfetta. Gli voleva bene, gli dava da mangiare e l'ospitava in una comoda stalla, che sembrava un albergo a cinque stelle e la sera prima di andare a letto andava ad augurargli la buona notte. Ciò era dovuto, sì, ad un sentimento di affetto, ma forse lo faceva soprattutto perchè l'animale si mantenesse in piena efficienza per servirlo meglio. Lo sorvegliava continuamente, poichè quelli erano tempi in cui di asini se ne rubavano tanti. Una mattina l'asino stanco del lavoro del giorno precedente, si ribellò energicamente quando il padrone andò a svegliarlo per fargli affrontare una nuova giornata di duro lavoro. A malapena si alzò ma non ci fu verso di sellarlo. Allora il padrone, colpito nel suo orgoglio, lo afferrò per il suo muso lungo, lo alzò, lo prese per il petto, lo sollevò sui piedi posteriori guardandolo fisso negli occhi ed in quel momento accecato dall'ira di uomo e quindi di intelligenza superiore, non lesse, in quei due occhioni stanchi la fedeltà dell'animale e gli mollò due ceffoni. Morale della favola: se fossimo meno presuntuosi, potremo imparare dagli animali ad essere più umani.

L'Asino truccato.

Una famiglia di Campora, che abitava in piazza Giuseppe Feola, si recò alla fiera della Croce a Stio a vendere l'asino ormai vecchio e malandato. Si presentò subito un nomade per comprarlo. offrì un prezzo molto basso, ma dato che l'animale non era più in grado di svolgere il suo ruolo, l' offerta fu accettata ed il quadrupede cambiò padrone. Naturalmente non si poteva tornare a casa a mani vuote, bisognava acquistare un altro asino. Girarono, esaminarono tante bestie da soma, ma non riuscirono a decidersi sia perchè l'aspetto degli animali non era convincente, sia perchè il prezzo risultava molto più altro di quello che avevano incassato dalla vendita del loro asino. Si erano ormai rassegnati ad andarsene senza comprare niente, quando ad un tratto videro all'ombra di un castagno un uomo lussuosamente vestito che a colpi di frusta faceva saltare e correre un asino che dai suoi movimenti agili doveva essere giovanissimo. Era in vendita. Si avvicinarono affascinati e decisero di complarlo a tutti i costi. Era proprio il puledrone che faceva per loro. Il costo era altissimo. Dove prendere tanto denaro? Decisero di chiedere un prestito ad un loro parente che aveva appena venduto dei capi vaccini, ricavandone un bel gruzzolo. Comprarono l'asino e ritornarono a Campora tutti soddisfatti. L'asino dal canto suo camminava deciso verso un sentiero conosciuto, felice di ritornare a casa. Si fermò proprio davanti alla porta della stalla. Solo in quel momento i padroni si resero conto che era il loro vecchio animale che, lucidato a nuovo e sferzato dalle botte, cosa che solo gli zingari sanno fare, non sembrava più lo stesso.

Prof. Gimino Veltri

50 DONNE ED IL SINDACO

Si racconta, che prima della II guerra mondiale, il paese si mobilitò contro le ingiustizie e le prepotenze dei caporali locali sui cittadini onesti. Fu stabilito di affrontare il sindaco a viso aperto ed indurlo ad essere più giusto. Per rischiare meno, il compito fu affidato alle donne. Una sera sull'imbrunire una cinquantina di donne, le più infervorate e decise, apparirono improvvisamente al Municipio. Trovarono il sindaco solo e questi conoscendo il malcontento generale, ormai degenerato in odio, sbiancò in viso. Le donne parlarono poco, ma gli sguardi inferociti e i loro atteggiamenti minacciosi non lasciavano dubbi. Erano decise a tutto. Solo una donna prese la parola ponendo un ultimatum al malcapitato rappresentante del popolo. Lo avrebbero buttato dal balcone, se non fossero accorsi i carabinieri a salvarlo.

VIGNA DELLA CORTE (31 agosto)

Un'avvenimento che riempiva di gioia i camporesi, distraendoli un pò dal pensiero del lavoro e dalle preoccupazioni quotidiane, si verifacava, la sera del 31 agosto. Le mucche scendevano dalle montagne di tutti i paesi vicini per raggiungere la fiera, una delle più importanti della provincia di Salerno, che si svolgeva a Stio Cilento. Vigna della Corte era una tappa di passaggio obbligato, per cui tutti gli allevatori vi sostavano con le loro mandrie allietando i camporesi e trasformando in festa quell'indimenticabile serata. Si allestiva anche una baracca di frasche in cui si mangiava della carne. Poi raggiungevano il luogo della fiera, dove il 1 ed il 2 settembre si svolgevano le operazioni di compra-vendita. Noi camporesi vi andavamo quasi tutti. La fiera è sopravvissuta, ma non le mucche sostituite ora dalle automobili.

L'AMMASSO DEL GRANO E SANT'ANNUNZIATA

Durante la guerra fu istituito l'ammasso per raccogliere e conservare il grano, dato che tutto era razionato e non sempre si mangiava, anche se Campora, paese agropastorale, se la passava un pò meglio dei cittadini, che avevano i soldi, ma non trovavano nulla da comprare. Le mogli dei maestri ad esempio andavano elemosinando pizze per le case. Le autorità, tutte fascistizzate, con a capo il podestà, requisivano il frumento e lo ammassavano nella chiesa di Sant' Annunziata. Qualche furbo, non si capì mai con certezza chi, anche se ufficiosamente si era capito che erano stati gli stessi caporioni, nottetempo, aiutati da qualche complice fecero tutto il grano. Poi si diceva che "Sant'Annonziata s'arrobato lo grano!" Ma il contadino a scarpe grosse e cervello fino e fortunatamente il grano non tutto andò a finire così: molti contadini, tra cui mio nonno, nascosero nei sottoscala o munrandolo in un angolo, specialmente in campagna il loro grano. E non mancarono mai di pane.